martedì 5 maggio 2009

romanzo sopra la ragione (2010) - overeason - prologo

PROLOGO



La polvere aleggiava tutt’attorno a lui, disegnando maschere nell’aria. Il sole gridava cocente sulle teste della folla. Era la prima ora dopo mezzogiorno di quella troppo calda giornata primaverile, e la fame eccitava gli animi a urlare parole incandescenti in direzione del Pretorio. In cima alle scalinate, dietro l’imponente colonnato, l’imputato rispondeva con voce sommessa alle provocazioni delle guardie. Al terzo sputo del centurione l’imputato reagì digrignando i denti, ma sotto le labbra, senza farsi notare. Gemette una flebile bestemmia in latino, tanto sottile che non giungesse alle sue orecchie.
Entrò il Pretore.
Si diresse verso la statua dell’imperatore con fare di sufficienza, ché la mente aveva piena di numerosi grattacapi. Pensando a questo e a quel perdigiorno che attentavano ai suoi nervi, s’inchinò assieme al suo mantello in un gesto usuale. Pareva, visto dal dietro, un cavaliere senza armatura, di quelli che i pittori disegnano con calzari alati e fibbie d’oro sulle spalle. Sempre con aria di sufficienza si scompigliò un poco i capelli color cenere e, senza voltarsi, si rivolse all’imputato con voce solenne:
“Dimmi il tuo nome”
“Sono Jeshua” rispose questi “colui che cavalca la polvere e porta in tasca un raggio di luna”
“Di dove sei?”
“Vengo dalla terra di Nazareth, giudicata e protetta dallo straniero”.
Il Procuratore si voltò appena insospettito, si avvicinò al ragazzo e lo scrutò attentamente davanti e di lato. Ci fu un attimo di sottile silenzio. Ei continuò:
“Dici tu d’ essere il Re dei Giudei?”
“Sono tue le parole, e dicono il Mio Vero”
“Dunque sei un Re?”
“Lo sono!”
“E qual è il tuo regno?”
“Non è di questa terra, non è di carne né di mura, ma si nutre e si muove in quel cielo, dipinto di cera e pastello, dove bianchissime nuvole dal cocchio si assecondano in ammiccanti sospiri e montagne splendenti nell’azzurro e fresco vento agli occhi donano attimi di polmonari istanti infuocati a mordersi sulla pelle, e respiri di impeto e passione feroce, come due corpi in orgasmica unione perenne, brillano in ogni dove”.
“La gente crede alle tue parole, per te si strappano i capelli, di te dicono ogni sorta di Bene, sei un illusionista o cos’altro?”
“Sono il figlio dell’Uomo venuto a sciogliere i lacci delle paure e a liberar le anime verso la leggerezza dei cieli”.
“Dunque sei un profeta?”
“Sono colui che i profeti hanno invocato, l’animale fatto Uomo, il Puro Spirito, e non mi esimo dal benedirti”.
Pilato vacillò.
“Le tue parole son teatro, e neppure sei nella condizione di poterlo fare, ma per me non hai colpe!”.
“Non ho colpe perché non cogli l’universalità della mia mente o perché non puoi fare a meno di credermi?”
“Credo nella forza dell’Impero… del quale sono portavoce e simbolo, e nella nobiltà dell’uomo, plasmato… plasmato dal rigore del nostro imperatore!”
“Credi che…”
“Ora basta… non ti è dato di far domande al Procuratore!” e dopo aver così sentenziato, ebbe un poco a tentennare. Anzi, cominciò a sudare freddo. Lo accolse un crampo allo stomaco come un macigno, tanto che dovette allontanarsi verso la piccola fontana di sasso posta al centro dell’atrio. Vedendolo pallido il servo monco gli porse un panno pulito, ma egli non accettò questa premura e lo urtò con la spalla, facendolo cadere sul pavimento di marmo. “Piantagrane” pensò, e intanto si sciacquò la faccia strizzando forte gli occhi. Scosse la testa e si riavvicinò all’imputato. Giuntogli a poco meno di un metro fu costretto a strizzare nuovamente gli occhi e ad abbassarli, per evitare le rifrazioni trasversali del sole che luccicavano dai suoi capelli. Indietreggiò di un passo, sentendosi vittima di un raggiro surreale, e con voce vacillante aggiunse:
“Rendi grazie… a Cesare, tuo Re, sei solo un ragazzo e non ti taccerò di blasfemia, sarai libero di sopravvivere come credi…”
“Rendi grazie a Dio – rispose dolcemente il nazareno aprendo leggermente le braccia e rivolgendole verso l’alto –e sarai libero da ciò che ti offusca la mente, libero come acqua di sorgente adempirai i tuoi doveri con rinnovata saggezza, qui lo dico”.
Silenzio nell’atrio. Ammutolì l’aria e la calura, si pietrificarono i centurioni, cadde la penna dalle mani dello scrivano, si bloccarono le gesta delle serve come pure la voce delle gazze ammaestrate, pure i respiri delle guardie si fermarono. S’infarcì di sbigottimento l’aria, il gran cavaliere di Cesare, quinto procuratore della Giudea sentì addosso insopportabile il peso del mantello come se fosse di pietra. Quelle parole lo scossero come una sferzata di aghi appuntiti al volto. Restò lì incredulo, paralizzato, e gli parve fin di vedere materializzarsi dietro l’imputato il volto gigantesco di Caifa, il sommo sacerdote, che proiettava verso di lui un terrificante ghigno di derisione. Della linfa scendeva lungo la sua barba e un diamante traspariva al posto dell’incisivo superiore. Senza guardarsi attorno scrollò la testa e si allontanò, dirigendosi sul piccolo terrazzamento di destra come se ricercasse nuovo ossigeno. Uscì di lato fra le due colonne più piccole e si appoggiò a uno stipite della terrazza. Come avvolto in un sudario, cercò di riprendere fiato e alzò gli occhi verso il cielo. Fu allora.
Fu allora che vide quel disegno nel cielo, forse un cerchio oppure un vortice, e parea fin disegnato a pastello come fosse in un quadro. Perse il contatto con se stesso, certamente non si curava più di ciò che pensavano i presenti. Non so dirvi come, ma capì esattamente che la verità non è di questo mondo. Gocce di sudore solcavano le rughe del suo volto, che si erano fatte crespe e profonde. Un calore insopportabile pulsava nelle sue tempie e la barba del giorno prima s’infilzava nella sua pelle come gli spini di un riccio. Non pensava, desiderava solo polvere per asciugarsi da questo sogno, in questo forte giorno di primavera. Fu in quel momento che mise in forse tutto ciò che era di lui fino a ora, le gesta eroiche, la sua cintura d’avorio, le unghie delle sue dita. Mise in forse il suo corpo, il quinto Procuratore della terra di Giudea, l’onorato cavaliere dell’Imperatore, l’eletto della Pretura, signor Ponzio Pilato si annullava dinanzi al verbo di un prestigiatore. Chiuse gli occhi per un istante ignorando che quando li avrebbe riaperti il mondo attorno a lui sarebbe cambiato.
Un bagliore lo colpì, entrandogli nell’anima senza passare dalle palpebre chiuse. Si vide proiettato nell’aria, fra le nuvole, sopra una distesa collinare di pascoli e piccoli boschi. Come una rondine scivolò leggero nell’aria quasi fino a terra, fermandosi solo quando li vide, lui e lei, poco più in là. Mentre alle sue spalle la voce sghignazzante di Caifa ripeteva allegramente “ubi maior, minor cessat, ubi maior, minor cessat, ubi maior, minor cessat…”, vide esattamente da vicino i due. Colse solo di sfuggita la folgorante bellezza di lei. Fu in quel momento che lui, un ragazzo con il cappello nero, si volse nella sua direzione, gli sorrise con garbo e fece l’occhiolino in una dolcissima mimica crudele. Prima di voltarsi di nuovo verso lei, gettò al cavaliere una carta da gioco che roteò come una stella di bronzo nell’aria e gli si posò sul palmo della mano, come un rapace si posa su un ramo. La carta era coperta e Pilato non la voltò, attonito. Rialzò gli occhi di scatto.
Il sole splendeva azzurro nei pascoli all’orizzonte, raggiere colorate donava ai profumati germogli di quelle achillee. Negli occhi di lei il trambusto dell’inverno, frastuono che non riusciva a mitigare neppure il tepore della primavera. Sui capelli biondi una corona di fiori bianchi, e fra le mani un mazzolino di margherite. Si accostò appena la gonna bianca al corpo mentre lui le si fece accanto porgendole la mano e togliendosi il cappello. Lei trasse un profondo respiro e lo guardò negli occhi, vedendo schiere di cavalli correre a perdifiato nelle immense praterie dell’Argentina.
“Non piangere bambina - le disse il Joker –lo senti questo fresco vento? L’inverno non è ancora passato, come quel grigiore dal profondo del tuo cuore. Ma non importa se la notte ti sembra più buia, se nel silenzio ti senti triste non importa. Ho visto un giorno un cavallo nero sfrecciare nei prati senza cavaliere. L’ho visto una mattina di febbraio. Nel suo cuore il fuoco della primavera. Nel mio cuore, il fuoco della carrozza d’oro che lo accompaganva dal cielo. Il profumo della libertà, della vita a contatto con il mondo. É fatto così il mio mondo, e se verrai con me sentirai quanto fresca e pura è l’alba, quanto tiepidi e dolci sono i primi raggi di sole, a Febbraio. Ciò che conta è solo dentro di te. Ciò che conta sono i sogni.
“Con te mi sento lassù, sopra quelle nuvole, ai raggi del sole…” continuò lei, prendendo forte la sua mano e portandosela al petto. Chiuse gli occhi, come per assaporare del liquore, come a gustarsi un bagno caldo.
S'incamminarono mano nella mano, stando attenti ai ciottoli che incontravano sul sentiero. Giunti in cima alla piccola salita trovarono una radura, al centro della quale spiccava un improvvisato recinto di cespugli, sopra la quale il procuratore della giudea fungeva da unico spettatore. Le pianticelle si dimenavano al vento, danzando attorno a una grossa pietra, alta quasi quanto un piccolo uomo. Parea fin un cavaliere inginocchiato, con un grosso mantello sulle spalle. Avvicinandosi la ragazza vide chiaramente le scritte impresse con lettere di bronzo che luccicavano dalla grossa lapide, rilucendo ovunque rifrazioni cromatiche che variavano dall’azzurro al giallo. Sembrava disegnassero ora coriandoli ora stelle filanti, ora maschere multicolore. Lessero assieme:



il vincitor lineare, senza polvere levare,
ha la matematica.
lo sconfitto, fitto di polvere,
ha la poesia.
nè vincer né perder importa
perché Vincer non si può la morte.
vincitor allor è chi spettacolo sa dare

Senti il mio fuoco bambina e più non piangerai


A questo punto Pilato prese la carta dalla sua mano e la girò, voltandola come si volta la pagina di un libro. La voce di Caifa alle sue spalle ora ripeteva filastrocche senza senso, delle quali capì in verità solo l’ultima frase: l’equilibrista e il joker, gli amici della vita, i nemici dell’invidia. Voltò la carta come si volta la pagina di un libro e si rese conto che le favole esistono davvero.




ROMANCE OVER REASON Di Andrea Passerini

Nessun commento:

Posta un commento